J’ACCUSE MIA FARROW (tutto quello che avreste voluto sapere)

J’ACCUSE MIA FARROW

(tutto quello che avreste voluto sapere)

Accuso l’ipocrisia che si cela dietro i riflettori di Hollywood.

Dopo aver letto recentemente le dichiarazioni di Kate Winslet nei confronti di Woody Allen, ho deciso di approfondire la faccenda e sono rimasto impressionato dalla quantità di fake news e di credenze superficiali che circondano il caso del regista di Brooklyn.

“Come cavolo ho fatto a lavorare con loro? Per me è incredibile constatare come quegli uomini siano stati venerati per così tanto tempo, È vergognoso, ma mi prendo la responsabilità di aver lavorato con loro.”

Così si esprime l’attrice ai microfoni di Vanity Fair, dicendosi disgustata per aver girato Carnage di Polanski e La Ruota Delle Meraviglie di Allen.

Kate Winslet , la ruota delle meraviglie, 2017

Senza entrare nel merito del caso Polanski, l’accostamento dei due registi è scorretto e pretestuoso, dato che il primo è stato condannato, mentre il secondo è stato assolto.

Dubito della sincerità delle affermazioni di Kate Winslet e sospetto che ci troviamo di fronte ad un caso analogo a quello del giovane e promettente attore Tymothèe Chalamet. Quest’ultimo, in seguito alla nomination agli Oscar dell’edizione del 2018 per Chiamami col tuo nome, decise di devolvere il proprio compenso per il film di Allen, A Rainy Day In New York, al movimento Time’s Up – organizzazione a difesa delle vittime di molestie sessuali. Allen nella sua autobiografia scrive di come Tymothèe Chalamet abbia giurato alla propria sorella – nonché produttrice e collaboratrice del regista – di volersi allontanare pubblicamente dal regista per avere maggiori possibilità di vincere l’Oscar, sotto consiglio del proprio staff.

Ipotesi a cui non stento a credere visto il tempismo dell’operazione, basata su principi etici che lo stesso anno non hanno impedito al giovane attore di accettare di recitare per Allen. Così la bontà e l’umanità del gesto vengono svilite a causa delle idiosincrasie dei comportamenti e di riflesso perde valore anche tutta la dignità del movimento me too. La sensazione è che l’attore stia semplicemente indossando un abito sociale, non che stia sposando una causa in modo davvero partecipe.

Tymothèe Chalamet, a rainy day in new york, 2019

Non credo molto nella virtù della coerenza sempre e comunque, anzi ritengo che la prerogativa di un uomo che abbia desiderio di evolversi sia la capacità di cambiare idea, di essere aperto a nuovi pareri, di saper dire “avevo torto”; ma nel cambio repentino di idee del giovane attore non penso ci siano questi requisiti. E ricordo che stiamo parlando di un uomo, Allen, che la giustizia ha assolto.

Perciò, tornando a Kate Winslet, rimango scettico sulla sincerità delle dichiarazioni, specialmente quando leggo che è una delle favoritissime per le nomination agli Oscar 2021, grazie alla sua interpretazione in Ammonite, un melodramma che parla di un amore intenso tra due donne del 1800. Il tempismo è evidente.

Dove da un lato capisco e posso apprezzare gli Oscar per il loro tentativo di premiare opere che seguono determinati canoni sociopolitici ed artistici (più sociopolitici che artistici), dall’altro non concepisco e non accetto la finzione e la facilità con cui vengono espresse opinioni senza aver mai veramente valutato i fatti, e la spietatezza con cui si butta giù dalla torre chiunque sia momentaneamente di ostacolo verso il raggiungimento di un riconoscimento personale. Un conto è cercare di veicolare dei messaggi positivi grazie alla propria notorietà – come fa ad esempio l’Academy, nonostante essa si stia allontanando sempre più dal concetto di premiazione su vere e proprie basi artistiche e tecniche, specie alla luce delle regole inclusive che un film dovrà rispettare per essere nominato (iniziativa che trovo discutibile) – un conto è mettere alla gogna mediatica e svergognare pubblicamente una persona.

Ma cerchiamo di capire la veridicità delle accuse e delle dicerie che girano intorno al caso Allen.

Durante la relazione con Mia Farrow (con la quale non era sposato né conviveva, salvo dei brevi periodi estivi nella casa di lei in Connecticut), precisamente nel 1992, Allen iniziò a frequentarsi con la figlia adottiva dell’attrice, Soon-Yi Previn (con la quale è attualmente sposato), che all’epoca aveva 21 anni.

Quindi Soon-Yi, a differenza di quanto vuole la vulgata, non era né minorenne né la figlia adottiva di Allen.

Mia Farrow scoprì la relazione quando, durante uno degli incontri tra Satchel (figlio naturale di Mia Farrow e Woody Allen) e uno psicologo infantile in casa di Allen, trovò delle foto che ritraevano il regista e Soon-Yi in pose erotiche.

Da qui ebbero inizio le accuse di Mia Farrow.

Allen non strinse un forte legame con i figli di Mia, ad esclusione di Dylan e Moses Farrow (rispettivamente sette e quattordici anni).

Dopo l’episodio delle foto erotiche, Allen entrò in causa per la custodia dei due figli sopracitati, che nel 1991 aveva deciso di adottare. Fu allora che lo accusarono di aver abusato di Dylan.

Quindi, per abusare di sua figlia, secondo Mia Farrow, Allen avrebbe scelto proprio il periodo della causa, in pieno territorio ostile. Di certo non una decisione molto intelligente e logica, ma immagino che non si possano gestire le proprie perversioni se si è perfidi e maligni.

Convinto della propria innocenza Allen si sottopose immediatamente al test del poligrafo, supervisionato da uno dei massimi esperti in materia, Paul Minor (collaboratore per l’FBI), e lo passò facilmente. Lo stesso test a cui Mia Farrow rifiutò di sottoporsi.

Woody Allen e la famiglia Farrow

Due indagini indipendenti, una da parte dello Yale New Haven Hospital e un’altra dal New York State Department of Social Services, discolparono Allen di ogni accusa.

Così afferma il rapporto dello Yale:

 “È nostra opinione che Dylan non sia stata abusata sessualmente da Mr. Allen. Inoltre crediamo che le dichiarazioni video registrate di Dylan e quelle fatte da lei direttamente a noi per le nostre valutazioni non si riferiscano a fatti realmente accaduti il 4 agosto 1992. Noi consideriamo tre ipotesi per spiegare le dichiarazioni di Dylan. La prima: che siano vere e che il signor Allen abbia abusato di lei. La seconda: che le dichiarazioni di Dylan non siano vere ma siano state fatte da una bambina emotivamente vulnerabile che era stata segnata da una famiglia disturbata e che stava reagendo alle tensioni in famiglia. La terza: che Dylan sia stata indottrinata o influenzata da sua madre, la signora Farrow. Riteniamo più verosimile che una combinazione di queste ultime due ipotesi spieghi meglio le accuse di molestia sessuale avanzate da Dylan. Mentre possiamo concludere che Dylan non abbia mai subito abusi sessuali, non possiamo sapere la verità sul resto”.

Nonostante ciò, il giudice incaricato Elliot Wilk, scettico sui risultati delle indagini e sul parere di alcuni psicologi, che definirono Dylan “una bambina di sette anni che ha difficoltà a distinguere tra realtà e fantasia”, diede la custodia dei figli a Mia.

Secondo la psicanalista Susan Coates, che dal 1990 seguiva il piccolo Satchel, Allen aveva nei confronti di Dylan un atteggiamento inappropriato, a causa dell’esclusività del loro rapporto rispetto a quello con gli altri figli della Sig.ra Farrow; ma non sessualmente ambiguo. Inoltre testimoniò di come il comportamento di Mia Farrow divenne sempre più aggressivo ed erratico, al punto che la stessa dott. Coates consigliò ad Allen di non visitare la famiglia Farrow nella dimora estiva, specie dopo che egli ricevette un romantico regalo di San Valentino – una foto che ritraeva la famiglia infilzata con spiedini e un coltello da cucina.

Una screwball ambientata negli attici newyorkesi si stava trasformando in un horror psicologico di polanskiana memoria.

Iniziare una relazione con Soon-Yi non fu sicuramente sano per la stabilità della famiglia Farrow. Un atteggiamento forse egoistico, ma credo sincero, dal momento che sono tuttora sposati con due figli adottati.

Woody Allen e Soon-yi

Non fu sano specialmente per la piccola Dylan, che all’epoca dei fatti non testimoniò, ma che fu protagonista di un episodio di dubbio gusto. Mia Farrow girò infatti un video riprendendola nuda mentre raccontava degli abusi. La sua versione dei fatti però non si seppe fino al 2014, quando rivelò questo in una lettera pubblica:

“Qual è il vostro film preferito di Woody Allen? Prima di rispondere dovreste sapere che quando avevo sette anni, Woody Allen mi prese per mano e mi portò in una piccola soffitta al primo piano di casa nostra, mi disse di stendermi e di giocare con il trenino di mio fratello. Quindi abusò sessualmente di me, e mi parlò mentre lo faceva, sussurrandomi che ero una brava bambina, che questo sarebbe stato il nostro segreto, e mi promise che saremmo andati insieme a Parigi e io sarei stata una grande attrice nei suoi film. Ricordo che fissai quel trenino girare in tondo lì in soffitta, e ancora oggi mi viene difficile guardare i trenini.”

Un terzo punto di vista ci viene fornito da Moses Farrow, che dopo anni di lontananza si riappacificò con il padre. Dopo la pubblicazione della lettera di Dylan sostenne la versione e l’innocenza di Woody Allen dicendo:

«È ovvio che Woody non ha molestato mia sorella. Lei gli voleva bene e non vedeva l’ora di vederlo, quando lui veniva a trovarla. Non si è mai nascosta da lui finché nostra madre non è riuscita a creargli attorno un’atmosfera di paura e odio. Il giorno di cui parla Dylan, in casa eravamo in sei o sette. Eravamo tutti in camere aperte e nessuno, né mio padre né mia sorella, era chiuso in una stanza. Mia madre era uscita a fare shopping. Io non so se mia sorella davvero creda di esser stata molestata o se stia cercando di compiacere mia madre. Avere nostra madre dalla propria parte era una motivazione molto potente, dato che averla contro era terribile».

Sia lui che Soon-Yi mettono in luce un lato oscuro che stona con la versione mediatica di Mia Farrow, dipinta dall’opinione comune come una sorta di santa, anche grazie a molte delle sue iniziative benefiche.

Ci raccontano, ad esempio, di quando chiuse in un capanno all’aperto Thaddeus Wilk Farrow (il decimo figlio adottato da Mia, rinominato in onore del giudice Elliot Wilk, morto suicida nel 2016), paraplegico per via della poliomielite, solo per aver commesso una piccola trasgressione. Oppure di tutte le volte che Soon-Yi veniva minacciata e subiva punizioni fisiche a causa delle sue difficoltà scolastiche. Di come lei e Lark Song Previn, le figlie più grandi, gestivano la casa e la famiglia, abbandonata a se stessa, mentre Mia seguiva la propria carriera cinematografica. La stessa Lark poi morì sola e povera, a causa di complicazione derivate dall’AIDS.

Oppure, ancora, dell’intervento di chirurgia plastica che subì Ronan (Satchel) per essere più alto, dato che la madre pensava fosse troppo basso per poter intraprendere una carriera politica (la fonte è unicamente Moses, ma esistono delle foto sul web più che chiarificatrici).

Un altro terribile episodio è raccontato sempre da Moses Farrow:

“Secondo la maggior parte dei media, mia sorella Tam morì di crisi cardiaca all’età di ventun anni. In realtà Tam lottò contro la depressione per gran parte della sua vita, una situazione esasperata dal fatto che mia madre si rifiutava di aiutarla, sostenendo che Tam fosse volubile. Un pomeriggio del 2000, dopo una lite con Mia, trovandosi solo a casa Tam si suicidò con un’overdose di psicofarmaci. Mia madre andò in giro a dire che si trattava di un’overdose accidentale visto che la figlia era cieca e confuse le pillole”

Moses Farrow

Quelle che ho riportato sono solo alcune delle realtà che riguardano la famiglia Farrow, ma ci forniscono una fotografia puntuale sulla dimensione di instabilità della stessa.

Non è semplice gestire un unico figlio, quindi immagino che trovare il giusto equilibrio con quattordici sia ancora più complesso – sì, quattordici in totale. Forse molti di loro, già con problemi fisici e psicologici, hanno avuto un’opportunità migliore rispetto alla prospettiva di rimanere in un orfanotrofio. Ma anche su questo punto Soon Yi ha un parere differente.

Benché la mia intenzione non fosse fare un report sulle sciagure della famiglia Farrow, ho ritenuto necessario approfondire il caso Allen per dare delucidazioni a chi volesse farsi un’idea dei fatti.

Appare evidente dalla numerose dichiarazioni riportate che la colpevolezza di Allen possa quanto meno essere messa in dubbio.

Ma allora perché censurare l’autobiografia A proposito di niente in America? Perché Amazon rescisse l’accordo preso per finanziare quattro film di Allen? Per quale motivo non fare uscire a rainy day in New York in America? Come mai è così facile prendere le distanze e svergognare pubblicamente una persona?

La verità è che la gente crede solo in quello in cui ha bisogno di credere.

Le figure di spicco si mascherano del politicamente corretto per coprirsi del vanto di stare dalla parte del giusto, autocelebrandosi come paladini della giustizia.

Ma in realtà la sonorità pubblica del me too dovrebbe servire per trovare il coraggio di sentirsi liberi nel denunciare molestie e abusi, senza ripercussioni sul proprio lavoro o la propria carriera, e non per dare sfoggio della propria – mal supposta – moralità. Purtroppo né Tymothe Chalamet né Kate Winslet – e molti altri con loro – hanno avuto l’accortezza di documentarsi – cosa che diventa necessaria in un mondo dove l’accusa mediatica è già di per sé una condanna indelebile – strumentalizzando, ottusamente, per i propri fini, un caso di violenze smentite e mai comprovate.

E pensare che la penna di Allen, grazie a un lato femminile molto marcato, ha creato i ritratti di donna più complessi del cinema americano, come ad esempio il personaggio interpretato da Cate Blanchett in Blue Jasmine o tutti i ruoli alleniani interpretati da Diane Keaton (sua grande sostenitrice).

La direzione è quindi quella di una cultura in cui una persona scomoda e impopolare finisce per essere censurata e ghettizzata sulla base di pregiudizi, e dove le masse digitali hanno sempre più potere; una deriva che un mondo che combatte le ineguaglianze non deve permettersi, ma che è il sintomo della tendenza al sensazionalismo, di una politica faziosa che riduce tutto al bianco, al nero e a slogan altisonanti.

“C'è una vecchia storiella. Due vecchiette sono ricoverate nel solito pensionato per anziani e una di loro dice: "Ragazza mia, il mangiare qua dentro fa veramente pena", e l'altra: "Sì, è uno schifo, ma poi che porzioni piccole!". Be', essenzialmente è così che io guardo alla vita: piena di solitudine, di miseria, di sofferenza, di infelicità e disgraziatamente dura troppo poco.” (Woody Allen, Annie Hall, 1977)

Comments: 87

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