Kim Ki-duk

Kim Ki-duk

Il regista coreano Kim Ki-duk è giunto in Lettonia lo scorso 20 novembre, con l’intenzione di ottenere un permesso di soggiorno nella città di Jurmala (secondo dati non ufficiali).

Il direttore del festival cinematografico ArtDocFest di Riga, Vitalijus Manskis, ha avvisato che il regista non si è presentato a una riunione programmata il 5 dicembre. I suoi colleghi hanno iniziato a cercarlo e dopo alcune ricerche ha iniziato a diffondersi la notizia. Kim Ki-duk è morto l’11 dicembre nell’ospedale di Riga, a causa di complicazioni dovute alla COVID-19, a cui era recentemente risultato positivo. Avrebbe compiuto 60 anni il 20 dicembre, mentre stava lavorando al suo nuovo progetto cinematografico “Rain, Snow, Cloud and Fog”.

Termina così, in silenzio e solitudine, la vita di uno degli esponenti più influenti del cinema sudcoreano degli ultimi anni. Un regista che ha fatto proprio del silenzio una delle caratteristiche principali dei suoi film, in cui le parole sono spesso di troppo e superflue. Quest’ultime possono infatti diventare bugie, mentre il linguaggio del corpo, i movimenti e gli sguardi non possono mentire. Nonostante l’assenza di parole, film come “L’isola”, “Bad Guy”, “Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera” o “Ferro 3 – La casa vuota” sono abbondantemente capaci di parlare e comunicare con lo spettatore, veicolando messaggi e significati estremamente potenti.

Primavera, Estate, Autunno, Inverno… e ancora Primavera (2004)

Una vita difficile

La figura di Kim Ki-duk non è semplice, a partire dalla sua biografia. Una vita difficile e solitaria, come quella dei suoi personaggi che esistono in un mondo abbandonato ed emarginato, che sia in un eremo galleggiante, una barca o una capanna di pescatori in mezzo al lago.

Nasce in Corea del Sud nel 1960. All’età di 17 anni, a causa della difficile situazione economica della famiglia, è costretto a lavorare come operaio in una fabbrica. A vent’anni si arruola volontariamente nella Marina Militare, temprato dai duri esercizi fisici per cinque anni.

Nel 1987 inizia a fare volontariato presso una Chiesa per non-vedenti. In quell’occasione ammette di aver potuto riflettere su ciò che significa poter vedere e non poter vedere. Si accorge che la differenza tra le due è minima in quanto, pur potendo vedere molte cose, noi vedenti non possiamo o non riusciamo a vederne molte altre. Anche per questo motivo il suo cinema è diventato il cinema delle cose che non si possono vedere. Delle cose che, pur guardandole, non riusciamo a cogliere completamente. Alla fine, come sostiene il regista in un intervento presso l’Università Ca’ Foscari, quello che vediamo sono le cose che noi stessi cerchiamo.

Nel 1990 si trasferisce in Francia dove comincia a fare il pittore per le strade di Parigi. Attraverso proprio quest’arte si avvicina al cinema. Nel 1996 esordisce alla regia con “Crocodile. Da questo momento Kim Ki-duk è inarrestabile: in 18 anni firma 19 film, di cui spesso è anche sceneggiatore e produttore.

Il regista ammette di ottenere più riconoscimenti all’estero che nel suo paese natale. Proprio per questo motivo, afferma di essere molto legato a Venezia e al Festival cinematografico che lo invitò nel 2000 con il suo quarto film “L’isola”.

La prima pellicola che esce nelle sale italiane sarà poi “Primavera, Estate, Autunno, Inverno…. E ancora Primavera” nel 2003, seguito poi da “La Samaritana” (2004), “Ferro 3 – La casa vuota” (2004) e “L’arco” (2005).

La sua produzione subisce una drastica interruzione durante le riprese di “Bimong” nel 2008 a causa di un incidente. Sul set, infatti, l’attrice protagonista Lee Na-yeong rischiò davvero di morire durante una scena di impiccagione.

Arirang (20011)

Arirang, arirang, arariyo

In seguito a questo violento e scandalizzante episodio, decide di ritirarsi in una piccola casa in montagna, per tre lunghi anni, lontano dall’industria cinematografica. Dopo un anno in completa solitudine, inizia registrare “Arirang (2011)”, un documentario (o meglio, un falso documentario) sulla sua vita. Alcune scene ricordano i video delle influencer di oggi, con tanto di “what I eat in a day” o “my morning beauty routine”; nel mentre però emerge la sua profonda crisi personale e professionale e una figura complessa e tormentata. L’unica cosa che lo rende felice è filmare e per questo decide di montare questo bizzarro documentario.

Ki-duk inizia a porsi delle domande che prima di allora non si era mai posto e a cui cerca di trovare una soluzione. Queste riguardano il suo modo di fare cinema, cos’è il cinema e soprattutto chi è lui. Si riprende in diversi momenti, creando una pluralità di Kim Ki-duk che interagiscono tra loro: quello che si arrabbia e lo rimprovera, quello che piange, quello che si ubriaca o che ascolta sommessamente in silenzio. Sarà proprio la fine del film a rivelargli chi lui è, in tutte le sue sfaccettature. La scelta del titolo rimanda a una famosa canzone d’amore coreana. Canzone che canticchia nei momenti più difficili e tristi della sua vita e attraverso la quale riesce a superare questi momenti di sconforto.

Questo intenso avvicinamento con la morte lo spaventa molto, sentendosi il responsabile e la causa di ciò che avviene sul set. Inizia così una nuova fase della sua carriera fortemente votata alla disillusione e alla ferocia esistenziale. Non c’è più nulla da nascondere, da ammorbidire, da smussare. Questo lo porta a dare vita a film violenti, come ad esempio “Moebius” o “Pietà”, usciti solo due anni dopo l’accaduto, nel 2013.

La violenza è una delle cifre stilistiche del regista ed è spesso connessa al silenzio, se non completo mutismo, dei personaggi. Una violenza mai gratuita ma anzi funzionale, volta a mettere in evidenza l’impossibilità di conciliare gli opposti e sottolineare l’incomunicabilità tra i suoi personaggi.

Moebius (2013)

Proprio per questo motivo i suoi film hanno fatto scalpore, costringendolo a fare i conti con censure e critiche. Questo potrebbe essere uno degli elementi per cui i suoi lavori sono accolti in maniera ambivalente, in base alle culture dei vari paesi. Emblematico il caso di “Moebius”, uno dei suoi film più controversi e criticato. Quest’ultimo, in Europa e in Canada è stato definito come un tentativo molto coraggioso di sdoganare alcuni tabù; in Sud Corea è stato invece criticato per l’eccessiva violenza, sia delle immagini che dei temi trattati.

«L’odio di cui parlo non è rivolto specificatamente contro nessuno, è quella sensazione che provo quando vivo la mia vita e vedo cose che non riesco a capire. Per questo faccio film: tentare di comprendere l’incomprensibile».

Kim Ki-Duk

Altrettanto violento e molto simile nei temi è “Pietà”, la cui storia non ruota intorno al sesso bensì attorno a quel Dio denaro che, sebbene stia rendendo la Corea del Sud uno stato sempre più ricco, sta lasciando ai margini della società un numero sempre maggiore di persone. Il denaro è la soluzione a tutto, la chiave per la felicità, ma esso diventa estremamente pericoloso in un mondo corrotto e subdolo.

«Anche se oggigiorno ci sono vari tipi di film, i miei non sono azione, o melodramma, o anche cinema d’arte. Una persona non ha un solo aspetto ma aspetti piuttosto diversificati. Sono sempre interessato ai diversi aspetti di una persona. Come sbucciare una cipolla, fare un film è, per me, il processo di scoprire i molteplici strati di una persona uno per uno».

Kim Ki-Duk

Kim Ki-duk sarà ricordato per questo suo strano equilibrio tra la leggerezza di una poesia o di un sogno e tra un cinema estremo, crudo e carnale. Per quanto mi riguarda, continuerò a ricordarlo come colui che mi ha preso per mano e accompagnato nell’incredibile mondo del cinema orientale.

Comments: 89

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